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lunedì 25 aprile 2016

QUANDO DIFENDERSI DAL DOLORE FINISCE PER CHIUDERE LA PERSONA IN UNA GABBIA (2026)l

L’essere umano non sceglie le proprie azioni da uno spazio infinito di possibilità. Sceglie all’interno delle possibilità che la propria storia e la propria identità gli rendono accessibili.

Questo può aiutare a comprendere anche comportamenti estremi e aberranti.

Nei femminicidi, per esempio, talvolta l’abbandono o il rifiuto vengono vissuti non semplicemente come la perdita di una relazione, ma come una distruzione dell’immagine che il soggetto ha di sé: «Se lei mi lascia, io non sono più quello che credevo di essere». In casi estremi, eliminare la persona che lo rifiuta può diventare, nella logica distorta del soggetto, un modo per eliminare anche la fonte della propria disconferma.

Un meccanismo analogo, seppure culturalmente diverso, può essere osservato nei delitti d’onore: quando la scelta della figlia (ad esempio in una famiglia islamica) viene vissuta come una violazione intollerabile dei valori religiosi e familiari, l’uccisione può essere percepita dal soggetto come il tentativo estremo di ripristinare un ordine identitario che sente minacciato.

Comprendere questa dinamica non significa assolutamente giustificarla. Significa cercare di capire quale funzione abbia quel comportamento all’interno dell’organizzazione psicologica di chi lo compie.

Lo stesso principio, in forme infinitamente meno drammatiche, può comparire nell’evitamento ansioso, nelle compulsioni del disturbo ossessivo, nelle dipendenze e in molte altre modalità patologiche.

Nel breve periodo, la persona trova qualcosa che riduce il dolore: evito ciò che mi fa paura, compio la compulsione, assumo la sostanza, controllo, mi allontano.

Il sollievo arriva. Ma è un sollievo transitorio.

Nel lungo periodo, però, l’esperienza viene sempre più ristretta. La persona sperimenta meno, impara meno, scopre meno possibilità di essere diversa da come si rappresenta.

E così ciò che inizialmente sembrava una soluzione diventa una gabbia: il Sé si restringe, si irrigidisce e finisce per confermare continuamente la propria stessa rappresentazione.

Più ampia e differenziata è l’identità, più possibilità di scelte sane possiede la persona. Più è ristretta e rigida, più le possibilità diminuiscono e più aumenta il rischio che una soluzione, apparentemente risolutiva, diventi una prigione. Siamo qui di fronte a soluzioni patologiche.

La salute psicologica, allora, non consiste nel non essere perturbati dalla vita, ma nella capacità del Sé di integrare le perturbazioni, differenziarsi e ampliarsi senza perdere la propria continuità identitaria.

La patologia nasce quando, per non soffrire, il Sé smette progressivamente di ampliare la propria esperienza e comincia invece a restringerla.

Quello che inizialmente protegge dal dolore finisce così per diventare ciò che lo mantiene.

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