Non ho mai cercato di riempire la vita per non sentire il vuoto.
Ho imparato, piuttosto, a restarci dentro senza scappare.
Ho sempre pensato che gran parte della sofferenza umana non nasca dal dolore in sé, ma dal rifiuto del dolore; non dal limite, ma dalla fuga dal limite. Da qui prendono forma il consumo incessante, il bisogno di apparire, la ricerca di conferme, il rigonfiamento dell’ego, le dipendenze, le illusioni di completezza. Tutti tentativi, più o meno raffinati, di non sentire ciò che è strutturalmente umano.
Io non ho mai creduto che l’essere umano debba completarsi, migliorarsi o salvarsi. In queste parole ho sempre avvertito un equivoco di fondo: come se la mancanza fosse un difetto da correggere, e non una condizione; come se la finitezza fosse un errore, e non il dato originario dell’esistenza.
Sono per struttura e per storia non difensivo, non competitivo, non narcisista. Non perché lo abbia scelto come ideale, né perché l’abbia perseguito come obiettivo. È accaduto così, nel tempo, come conseguenza naturale del non potermi tradire. L’adattamento a costo della verità non mi è mai stato possibile.
Ho sempre guardato con sospetto ogni forma di compensazione: il successo come anestesia, il consumo come riempimento, l’identità come maschera rigida. Non perché siano “sbagliati”, ma perché spesso servono a non incontrarsi. A non stare. A non sentire.
Per me il dolore, la perdita, la mancanza, il nulla e la finitezza non sono mai stati nemici da sconfiggere. Sono il terreno dell’esistenza. Sono ciò che accomuna gli esseri umani al di là dei ruoli, delle immagini, delle narrazioni rassicuranti. Non ho mai pensato che andassero eliminati; ho sempre pensato che andassero abitati.
Questa postura nel mondo mi ha esposto, nel corso della vita, talvolta a incomprensioni, fratture e inimicizie. La coerenza, quando non è comoda, ha un costo. Io quel costo l’ho conosciuto e, quando è stato necessario, l’ho accettato. Non per eroismo, ma per necessità interiore.
Non sono mai stato stanco della vita.
Sono sempre stato, semmai, stanco delle menzogne.
Non ho mai chiesto alla vita di rendermi felice. La felicità, quando diventa un obiettivo, rischia di trasformarsi in un’ulteriore forma di fuga. Ho chiesto solo di poter restare vero, di restare coerente con ciò che sono, senza dovermi irrigidire né difendere.
Questo testo, se viene incontrato, non chiede adesioni e non propone conversioni. Non ha lo scopo di convincere, ma di esistere. Può essere accolto, attraversato, rifiutato o lasciato scorrere. Se qualcosa entra, non è per effetto di persuasione, ma per risonanza.
Non offre soluzioni, non promette salvezze, non consola a basso costo. Mostra soltanto che è possibile abitare l’esistenza senza riempirla a forza, senza negarne il limite, senza tradirsi per appartenere.
Questa è la mia presenza nel mondo.
Non una dottrina.
Non un modello.
Un modo di essere.







