E' la figura antagonista utile a fornire, per contrasto, maggior senso all'immagine di Dio e all'immaginifica sommita che lo contaddistingue!
Mazzani Maurizio
martedì 1 gennaio 2013
Il nuotatore
Il mare è calmo… solo attimi, altre agitato, altre ancora
tempestoso, il nuotatore non può far altro che nuotare anche se con fatica e
sofferenza, non può fermarsi altrimenti è perduto!
Mazzani Maurizio
La forza del "nulla"
Il Narciso, l'Egoicità, modalità di funzionamento del sistema mente... coerenza di estrazione genetica finalizzata a mantenere l'dealità di sé al massimo grado, nonché funzioni sottese agli algoritmi biologici propri alla conservazione di se stessi e alla massimizzazione della capacità riproduttiva.
Mutare adattivamente, quale conseguenza delle perturbazioni ambientali, cioè variare la propria struttura (circonferenziale) al fine di mantenere costante la propria organizzazione (il nucleo), rappresenta l'aspetto più eclatante, dove il progetto natura esprime la volontà di determinarsi nell'ottica del dominio della vita per la vita.
Un giocoforza, questo, dove i processi, autoreferenziali, dettano ciò che l'uomo è nel suo divenire... un organismo che, in quanto vivente, è un tutto organizzato ad automantenersi e riprodursi. Siamo all'aspetto "egoico" organico e metaorganico che, espresso eclatantemente nel processo autopoietico con il quale un sistema (l'uomo visto nella sua totalità) si ridefinisce continuamente e si sostiene e riproduce autonomamente, plasma, dunque, ineluttabilmente il processo vita.
Elevarsi dal proprio narciso, trascendere la propria egoicità è contrastare i vincoli taciti alla propria biologia.
Il giusto e strutturante amore di sé, è una sana e pura accettazione della propria natura, di ciò che si è e dei propri limiti all'essere uomo, nonché umiltà psicologica e sereno dialogo con se stessi.
L'accettazione di sé, alla luce d'un senso personale basato sulla comprensione d'essere "nulla" in mezzo ad altri "nulla", visto come una sorta di massima umiltà psicologica, è, anche se di primo achitto può apparire incongruo e paradossale, una ascesa verso la libertà d'essere in nome di ciò che si è e non di ciò che si ha.
Lavorare per elevarsi sopra la propria natura di animali organizzati solo ad automantenersi e riprodursi, conduce ad un maggiore distacco dai vincoli predeterminati, che impongono, immancabilmente, una vita, basata sulla rivalità, competizione ecc. e, a vasto raggio, sempre con la paura di perdere qualcosa di concreto (un qualche avere) o ancora più spesso, di rappresentativo (la nostra immagine personale).
Più si "cresce" rappresentandosi egoicamente come superiore e detentore di qualcosa di speciale, più ci si imprigiona in una realtà inevitabilmente fondata sulla guerra e sulla difesa, nell'intento di preservare, quindi, ciò che si teme di poter perdere.
E' il bisogno di darsi a tutti i costi un senso che spesso ci conduce, speculativamente ad abusare dell'altro competitore, nella ricerca di differenziarsi per affermare la propria diversità/superiorità (cultura, religione, ecc.). Ecco, quindi, l'aggressività primeggiare caratterizzando prioritariamente i rapporti umani, che sono perlopiù finalizzati all'implicito soddisfacimento del personale bisogno d'affermazione che è ottenuto mediante dell'annichilimento dell'altro.
Proporre un'ottica d'accettazione di essere nient'altro che "nulla" è, dunque, proprorre la libertà dal bisogno di primeggiare, di differenziarsi patologicamente, di emergere sull'altro, di vivere nell'aggressività, nella competizione e nella paura dell'altro competitore.
Il fine è guadagnare l'elevazione psicologica, godendo dell'astrazione pura, che doni l'accettazione incondizionata di se stesso e dell'altro visto identico a sé!
Mazzani Maurizio
Umano
Ecco uno specchio, vedo riflessa la mia immagine ma, non trovo quello
che vorrei, è come se la mia persona fosse amputata in una qualche
parte. L'immagine ai miei occhi non appare completa altisonante, bensi
stonata come il din don d'una campana... questo è ciò che spesso
"pensano" i miei occhi.
Temo per me stesso, non trovo mai coincidenza tra quello che vorrei vedere e quello che la realtà mi suggerisce, non c'è corrispondenza tra la coerenza di me stesso (i concetti rappresentativi di sé, la mia immagine) e ciò che giunge alla mia percezione... soffro, la mancata coincidenza tra ciò che voglio e ciò che constato è dolore.
Noi umani viviamo di senso percepito, che giunge a noi come conferma di valore personale ad opera degli altri esseri umani, una sorta di reciprocità virtuale nella quale conquistiamo il nostro senso di sé, il quale è benessere, serenità e appagamento, altrimenti è angoscia, mancanza di senso personale e presenza di vuoto.
Il punto è, dunque, che abbiamo spesso la percezione di non essere ciò che vogliamo, la realtà percepita che è costruita da noi stessi, spesso non ci restituisce una'immagine personale coincidente con ciò che vorremmo essere. Per meglio capire, la nostra immagine, metaforicamente, può essere concepita come un puzzle composto da tessere... tessere concettuali rappresentative di sé, e che ogni tessera rappresenti una qualche caratteristica personale, ecco allora che vedremo dei vuoti, delle tessere mancanti... come se un qualche "pezzo" di noi non ci fosse più o non fosse più sufficientemente vivido da poter essere percepito... siamo, quindi, al vuoto, un vuoto che viene a farsi avanti, l’assenza di cui ho parlato precedentemente, quale risultante dell'interazioni non confermanti, confutanti, svalutanti, disconoscenti, ecc., che la realtà spesso ci offre.
Ma, la “realtà” percepita, quello vediamo e che consideriamo erroneamente assoluta, come ho già accennato, non è altro che un nostro prodotto fondamentalmente soggettivo. Essa è, pertanto, distorta dai nostri stessi modelli elaborativi, che alla luce del pregresso vissuto, tendono a costruire confermando le aspettative pregiudiziali su di sé (indipendentemente se queste siano buone o cattive, poiché la conoscenza personale, comunque sia, costituisce la base del nostro orientamento nel mondo, nonché la nostra d’identità personale), quale risultante conoscitiva proveniente dalle esperienze vissute in tutto il nostro passato. La “realtà”, pertanto, non è data, ma è costruita da noi, utilizzando schemi conoscitivi già presenti nella nostra mente. E, siccome essa è tendenzialmente progettata per automantenersi così come è, non potrà che agire spesso in termini autoingannevoli per tentare di far coincidere la realtà percepita esterna con quella interna. Un lavorio questo, che ha il fine di affievolire il dolore quale prodotto della discrepanza tra il dentro (la preferibile visione di se stessi) e il dentro rappresentativo del fuori (la “realtà” percepita, e da noi stessi arbitrariamente costruita).
Abbiamo capito, dunque, che siamo indotti dalla nostra genetica a catturare, selettivamente e in modo particolare, ciò che conferma la personale coerenza d'immagine personale, il pregresso conoscitivo (le estrapolazioni concettuali sulle esperienze vissute), e ciò fino, talvolta, ad autoingannarsi a tal punto da sfociare nella psicopatologia lieve o grave che sia. L’umano, in questo ultimo caso, si autoinganna così tanto da inventare ad hoc una “realtà” (il delirio) preconfezionata fittiziamente adattiva, vista come la soluzione più percorribile per far fronte alle perturbazioni ambientali, percepite troppo forti per il proprio sistema mentale, una “modalità adattiva” che, in relazione all’ambiente incontrato, costituisce prontamente la "soluzione", anche se psicopatologica, per far fronte alla sofferenza vissuta relativamente al proprio contesto.
Discrepanza tra il dentro e il dentro rapprentativo del fuori, autoinganno, egoismo genetico, sofferenza e adattamento tutti fattori che regolano, insieme a tantissimi altri, la nostra vita per la ricerca, ad ogni costo, d’un benessere psicofisico, geneticamente programmato, volto alla continuazione della specie!
Mazzani Maurizio
Temo per me stesso, non trovo mai coincidenza tra quello che vorrei vedere e quello che la realtà mi suggerisce, non c'è corrispondenza tra la coerenza di me stesso (i concetti rappresentativi di sé, la mia immagine) e ciò che giunge alla mia percezione... soffro, la mancata coincidenza tra ciò che voglio e ciò che constato è dolore.
Noi umani viviamo di senso percepito, che giunge a noi come conferma di valore personale ad opera degli altri esseri umani, una sorta di reciprocità virtuale nella quale conquistiamo il nostro senso di sé, il quale è benessere, serenità e appagamento, altrimenti è angoscia, mancanza di senso personale e presenza di vuoto.
Il punto è, dunque, che abbiamo spesso la percezione di non essere ciò che vogliamo, la realtà percepita che è costruita da noi stessi, spesso non ci restituisce una'immagine personale coincidente con ciò che vorremmo essere. Per meglio capire, la nostra immagine, metaforicamente, può essere concepita come un puzzle composto da tessere... tessere concettuali rappresentative di sé, e che ogni tessera rappresenti una qualche caratteristica personale, ecco allora che vedremo dei vuoti, delle tessere mancanti... come se un qualche "pezzo" di noi non ci fosse più o non fosse più sufficientemente vivido da poter essere percepito... siamo, quindi, al vuoto, un vuoto che viene a farsi avanti, l’assenza di cui ho parlato precedentemente, quale risultante dell'interazioni non confermanti, confutanti, svalutanti, disconoscenti, ecc., che la realtà spesso ci offre.
Ma, la “realtà” percepita, quello vediamo e che consideriamo erroneamente assoluta, come ho già accennato, non è altro che un nostro prodotto fondamentalmente soggettivo. Essa è, pertanto, distorta dai nostri stessi modelli elaborativi, che alla luce del pregresso vissuto, tendono a costruire confermando le aspettative pregiudiziali su di sé (indipendentemente se queste siano buone o cattive, poiché la conoscenza personale, comunque sia, costituisce la base del nostro orientamento nel mondo, nonché la nostra d’identità personale), quale risultante conoscitiva proveniente dalle esperienze vissute in tutto il nostro passato. La “realtà”, pertanto, non è data, ma è costruita da noi, utilizzando schemi conoscitivi già presenti nella nostra mente. E, siccome essa è tendenzialmente progettata per automantenersi così come è, non potrà che agire spesso in termini autoingannevoli per tentare di far coincidere la realtà percepita esterna con quella interna. Un lavorio questo, che ha il fine di affievolire il dolore quale prodotto della discrepanza tra il dentro (la preferibile visione di se stessi) e il dentro rappresentativo del fuori (la “realtà” percepita, e da noi stessi arbitrariamente costruita).
Abbiamo capito, dunque, che siamo indotti dalla nostra genetica a catturare, selettivamente e in modo particolare, ciò che conferma la personale coerenza d'immagine personale, il pregresso conoscitivo (le estrapolazioni concettuali sulle esperienze vissute), e ciò fino, talvolta, ad autoingannarsi a tal punto da sfociare nella psicopatologia lieve o grave che sia. L’umano, in questo ultimo caso, si autoinganna così tanto da inventare ad hoc una “realtà” (il delirio) preconfezionata fittiziamente adattiva, vista come la soluzione più percorribile per far fronte alle perturbazioni ambientali, percepite troppo forti per il proprio sistema mentale, una “modalità adattiva” che, in relazione all’ambiente incontrato, costituisce prontamente la "soluzione", anche se psicopatologica, per far fronte alla sofferenza vissuta relativamente al proprio contesto.
Discrepanza tra il dentro e il dentro rapprentativo del fuori, autoinganno, egoismo genetico, sofferenza e adattamento tutti fattori che regolano, insieme a tantissimi altri, la nostra vita per la ricerca, ad ogni costo, d’un benessere psicofisico, geneticamente programmato, volto alla continuazione della specie!
Mazzani Maurizio
L'accettazione di sé
Trovo gran parte degli uomini delusi, irati, verso se stessi, così angosciati da sentirsi risucchiati in un vortice d'assenza.
La percezione di non essere perfetti, rifiutata ad oltranza, li impegna ad una guerra contro ciò che di se stessi è giudicato, ai propri occhi, manchevole, scarso, difettoso inadeguato, ecc.
Il bersaglio, il nemico non è altro che se stesso... che sia un qualcosa di fisico, di emotivo o rappresentativo è uguale, c'è sempre qualcosa di noi che non ci va bene, e che viene a tutti i costi negato, o, se riconosciuto, respinto e rifiutato.
E' una lotta continua la cui ragion d'essere è proprio nell'atteggiamento rifiutante e perfezionistico, rivolto paradossalmente verso se stessi.
Un atteggiamento nettamente disfunzionale questo, poiché anche se ritenuto, dalla persona che lo emette, tendenzialmente risolutorio (scacciare, contrastare, rifiutare uguale eliminare ciò che non piace, cioè equazioni di significato disfunzionali), è di fatto, distruttivo, visto che il risultato che si ottiene non è la scomparsa delle negatività come erroneamente auspicato, ma la loro amplificazione quale conseguenza dell'esagerata attenzione che viene posta su di esse.
L'atteggiamento rifiutante, critico e autosvalutativo è, dunque, un qualcosa di paradossalmente fallimentare che, in pratica, non solo non risolve il problema, ma ne amplifica gli aspetti.
E' irragionevole impegnare così tante energie per illusoriamente, perché d'illusione si tratta, respingere ciò che non ci piace, in quanto considerato non confermante la personale idealità.
Non è plausibile ritenere di poter eliminare aspetti di noi pensati non gradevoli e insufficienti, con il solo atteggiamento mentale del rifiuto, dove il rimuginio angoscioso e la ruminazione ansiosa rifiutante, basate sulla credenza erronea che il solo pensarci possa cambiare le cose, diventino l’aspetto preminente e invadente del funzionamento mentale della persona.
Siamo un tutt'uno formato da tanti "pezzettini" rappresentativi di aspetti personali negativi o positivi che siano, caratteristiche costitutive la propria realtà mentale, e ogni pezzettino, per funzionare bene, deve essere integrato con gli altri.
La costituzione unitaria della propria personalità che è comprensiva di tutto ciò che ci riguarda è l'effetto della coesistenza di differenziazione (i pezzettini rappresentativi) e della loro integrazione, cioè della unitarietà di un sé coerente e costante nel tempo.
Alla luce di tutto ciò, pertanto, appare evidente che tale atteggiamento rifiutante, non è altro che una modalità di funzionare disfunzionale, in quanto ci impedisce di godere appieno delle nostre potenzialità alla luce d'un sé unitario.
L'opposto del rifiuto è l'accettazione quale atteggiamento costruttivo verso se stessi.
Il punto centrale è proprio l'accettazione, la compassione e la tolleranza verso di sé per porre fine a quel senso d'insoddisfazione-frustrazione (ansia e angoscia) d'un ego continuamente in lotta con se stesso!
Maurizio Mazzani
La percezione di non essere perfetti, rifiutata ad oltranza, li impegna ad una guerra contro ciò che di se stessi è giudicato, ai propri occhi, manchevole, scarso, difettoso inadeguato, ecc.
Il bersaglio, il nemico non è altro che se stesso... che sia un qualcosa di fisico, di emotivo o rappresentativo è uguale, c'è sempre qualcosa di noi che non ci va bene, e che viene a tutti i costi negato, o, se riconosciuto, respinto e rifiutato.
E' una lotta continua la cui ragion d'essere è proprio nell'atteggiamento rifiutante e perfezionistico, rivolto paradossalmente verso se stessi.
Un atteggiamento nettamente disfunzionale questo, poiché anche se ritenuto, dalla persona che lo emette, tendenzialmente risolutorio (scacciare, contrastare, rifiutare uguale eliminare ciò che non piace, cioè equazioni di significato disfunzionali), è di fatto, distruttivo, visto che il risultato che si ottiene non è la scomparsa delle negatività come erroneamente auspicato, ma la loro amplificazione quale conseguenza dell'esagerata attenzione che viene posta su di esse.
L'atteggiamento rifiutante, critico e autosvalutativo è, dunque, un qualcosa di paradossalmente fallimentare che, in pratica, non solo non risolve il problema, ma ne amplifica gli aspetti.
E' irragionevole impegnare così tante energie per illusoriamente, perché d'illusione si tratta, respingere ciò che non ci piace, in quanto considerato non confermante la personale idealità.
Non è plausibile ritenere di poter eliminare aspetti di noi pensati non gradevoli e insufficienti, con il solo atteggiamento mentale del rifiuto, dove il rimuginio angoscioso e la ruminazione ansiosa rifiutante, basate sulla credenza erronea che il solo pensarci possa cambiare le cose, diventino l’aspetto preminente e invadente del funzionamento mentale della persona.
Siamo un tutt'uno formato da tanti "pezzettini" rappresentativi di aspetti personali negativi o positivi che siano, caratteristiche costitutive la propria realtà mentale, e ogni pezzettino, per funzionare bene, deve essere integrato con gli altri.
La costituzione unitaria della propria personalità che è comprensiva di tutto ciò che ci riguarda è l'effetto della coesistenza di differenziazione (i pezzettini rappresentativi) e della loro integrazione, cioè della unitarietà di un sé coerente e costante nel tempo.
Alla luce di tutto ciò, pertanto, appare evidente che tale atteggiamento rifiutante, non è altro che una modalità di funzionare disfunzionale, in quanto ci impedisce di godere appieno delle nostre potenzialità alla luce d'un sé unitario.
L'opposto del rifiuto è l'accettazione quale atteggiamento costruttivo verso se stessi.
Il punto centrale è proprio l'accettazione, la compassione e la tolleranza verso di sé per porre fine a quel senso d'insoddisfazione-frustrazione
Maurizio Mazzani
E' notte
E' notte, il buio è stimolante, la fantasia trae fonte dall'immensità del nulla.
L'indefinito emerge schietto nella mente offrendo l'impercettibile vigoroso senso del vivere.... la paura è ricolma d'amore, è ricerca dell'altro... c'è bisogno di sentire la vita scorrere dentro.
L'"immagine" si concretizza nella forza dell'essere, di voler essere nella pazzia del mondo che crede di aver compreso il senso, ma il vuoto attanaglia il vivere, un vivere che porta con sé il paradosso della vita stessa nell'implicito senso della fine.
L'uomo, così, perisce, ma, in nome della morte sente e riconosce d'esser vivo!
Maurizio Mazzani
Il mistero svelato
Guardo qua e là ma non mi accorgo che ciò che "cerco" è così vicino, che ai miei occhi non è permesso di cogliere.
Vado avanti con la mia mente allora, immagino, fantastico le più estrose conclusioni, ma, la "comprensione" sta al di fuori della mia portata... è una atrocità sentire oltre, e non poter percepire al di là del proprio sguardo.
Violenza naturale questa, della quale ...le vittime ignare fantasticano i propri limiti, sentono e nella speranza di cogliere il fiore della vita si guardano dentro, ma ciò che appare è solo caos.
Si vuole ordinare per capire, e ci accingiamo all'"oggetto" con le più disparate tecnologie, al fine di tentare di ordinare il caos, che ha si, un ordine tacito, una logica d'insieme, dove la funzione sta a se stessa come la vita sta alla sua biologia, ma tutto ciò, di fatto, risulta un mistero svelato... non possiamo altro che essere dentro il divenire quale prigione naturale dell'esser vivi.
Non voglio... non si può andare oltre il proprio antropomorfismo, il vortice dello sguardo che osserva, risucchia, nella propria dimensione, ogni cosa che pendola dalla mente. Essa è costernata dal "vizio" antropomorfico, che induce a tingere il mondo di quel colore biologico che è ad essa caratteristico, come un velo che copre e uniforma ogni cosa al nostro sguardo, nonchè come il mare, che viene illusoriamente colorato di azzurro, dalla magia della luce concepita dal nostro stesso intelletto!
Mazzani Maurizio
Vado avanti con la mia mente allora, immagino, fantastico le più estrose conclusioni, ma, la "comprensione" sta al di fuori della mia portata... è una atrocità sentire oltre, e non poter percepire al di là del proprio sguardo.
Violenza naturale questa, della quale ...le vittime ignare fantasticano i propri limiti, sentono e nella speranza di cogliere il fiore della vita si guardano dentro, ma ciò che appare è solo caos.
Si vuole ordinare per capire, e ci accingiamo all'"oggetto" con le più disparate tecnologie, al fine di tentare di ordinare il caos, che ha si, un ordine tacito, una logica d'insieme, dove la funzione sta a se stessa come la vita sta alla sua biologia, ma tutto ciò, di fatto, risulta un mistero svelato... non possiamo altro che essere dentro il divenire quale prigione naturale dell'esser vivi.
Non voglio... non si può andare oltre il proprio antropomorfismo, il vortice dello sguardo che osserva, risucchia, nella propria dimensione, ogni cosa che pendola dalla mente. Essa è costernata dal "vizio" antropomorfico, che induce a tingere il mondo di quel colore biologico che è ad essa caratteristico, come un velo che copre e uniforma ogni cosa al nostro sguardo, nonchè come il mare, che viene illusoriamente colorato di azzurro, dalla magia della luce concepita dal nostro stesso intelletto!
Mazzani Maurizio
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